Il web marketing, chiave di volta per l’internazionalizzazione

Il web – marketing, questo sconosciuto. È un adagio che risuona in ogni riflessione e ragionamento pubblico sulle prospettive del nostro sistema quello dell’investimento delle aziende italiane e della nostra Pubblica Amministrazione nei nuovi strumenti offerti dalla Rete.

Il ritardo rispetto al resto d’Europa è evidente. L’Italia è al 25mo posto (su 28) del Desi (Digital economy and society index), l’indice della Commissione europea che mappa il livello di digitalizzazione dei Paesi dell’Unione europea. Per quel che riguarda la digitalizzazione delle imprese solo il 71% di quelle italiane ha un sito web, contro la media europea del 77% e solo l’8% effettua vendite online per almeno l’1% del fatturato, contro il 18% della media europea. Se è vero che qualcosa si muove e il gap con Paesi come Francia, Germania, Polonia, Regno Unito e Spagna si sta riducendo, ciò non basta a fare dell’Italia un’economia digitale «matura».

Non è facile vincere le resistenze all’innovazione che ancora oggi dimorano in buona parte del tessuto imprenditoriale e commerciale italiano. Eppure il web marketing potrebbe davvero rappresentare una chiave di volta per il made in Italy. Per questo tre esperti del settore come Paola Sabella, Direttore dell’Agenzia Sviluppo Chieti-Pescara nonché Segretario generale della Cciaa di Crotone, Walter D’Amario, docente dell’Università «D’Annunzio» Chieti-Pescara, e Giovanni Marcantonio, Project Manager Enterprise Europa Network, hanno provato in un libro-inchiesta – “Il web marketing per l’internazionalizzazione” Edizioni Meta – a fare il punto e fotografare la situazione italiana, raccontando alcune best practice e sgombrando il campo dai falsi miti che circolano in questo ambito.«Serve un approccio strategico e bisogna fare attenzione ai troppi professionisti improvvisati» è l’allarme di Walter D’Amario. «Il web marketing è un’ineludibilità. Eppure è sconcertante rilevare che persino in molte grandi aziende ci sia ancora una totale mancanza di cultura in tal senso. Se si procede senza un approccio strategico e non si agisce subito, le imprese del nostro Paese non avranno la possibilità di cogliere le opportunità offerte dal digitale per la tenuta del proprio business e per cogliere le possibilità offerte dall’internazionalizzazione». «Ci si chiede come sia possibile che molte aziende nonostante siano online con propri siti web e siano approdate sui social network non sappiano ancora utilizzare gli strumenti con un approccio strategico. La presenza online non solo non basta ma spesso può trasformarsi in un vero e proprio boomerang. Gli utenti-clienti si accorgono subito se un sito è statico e non offre servizi e se dunque non è pensato al fine di migliorare il servizio stesso». D’Amario evidenzia che il 50% delle aziende oggetto della ricerca dichiara di non ritenere il web utile al proprio business. «È una sciocchezza. Basti pensare che se un’azienda non è online Google Maps non la rileva nelle ricerche. Dunque persino nella semplice richiesta di un indirizzo il potenziale cliente non è in grado di ottenere le informazioni. Non si può più prescindere dall’approdo online anche semplicemente per essere raggiungibili». Il docente dell’ateneo abruzzese punta inoltre il dito contro la marea di «incompetenti digitali» che «non fanno bene al Paese e contribuiscono a confondere le aziende e addirittura a creare un clima di sfiducia».

Il web-marketing, questo sconosciuto. È un adagio che risuona in ogni riflessione e ragionamento pubblico sulle prospettive del nostro sistema quello dell’investimento delle aziende italiane e della nostra Pubblica Amministrazione nei nuovi strumenti offerti dalla Rete.

Il ritardo rispetto al resto d’Europa è evidente. L’Italia è al 25mo posto (su 28) del Desi (Digital economy and society index), l’indice della Commissione europea che mappa il livello di digitalizzazione dei Paesi dell’Unione europea. Per quel che riguarda la digitalizzazione delle imprese solo il 71% di quelle italiane ha un sito web, contro la media europea del 77% e solo l’8% effettua vendite online per almeno l’1% del fatturato, contro il 18% della media europea. Se è vero che qualcosa si muove e il gap con Paesi come Francia, Germania, Polonia, Regno Unito e Spagna si sta riducendo, ciò non basta a fare dell’Italia un’economia digitale «matura».

Non è facile vincere le resistenze all’innovazione che ancora oggi dimorano in buona parte del tessuto imprenditoriale e commerciale italiano. Eppure il web marketing potrebbe davvero rappresentare una chiave di volta per il made in Italy. Per questo tre esperti del settore come Paola Sabella, Direttore dell’Agenzia Sviluppo Chieti-Pescara nonché Segretario generale della Cciaa di Crotone, Walter D’Amario, docente dell’Università «D’Annunzio» Chieti-Pescara, e Giovanni Marcantonio, Project Manager Enterprise Europa Network, hanno provato in un libro-inchiesta – “Il web marketing per l’internazionalizzazione” Edizioni Meta – a fare il punto e fotografare la situazione italiana, raccontando alcune best practice e sgombrando il campo dai falsi miti che circolano in questo ambito.«Serve un approccio strategico e bisogna fare attenzione ai troppi professionisti improvvisati» è l’allarme di Walter D’Amario. «Il web marketing è un’ineludibilità. Eppure è sconcertante rilevare che persino in molte grandi aziende ci sia ancora una totale mancanza di cultura in tal senso. Se si procede senza un approccio strategico e non si agisce subito, le imprese del nostro Paese non avranno la possibilità di cogliere le opportunità offerte dal digitale per la tenuta del proprio business e per cogliere le possibilità offerte dall’internazionalizzazione». «Ci si chiede come sia possibile che molte aziende nonostante siano online con propri siti web e siano approdate sui social network non sappiano ancora utilizzare gli strumenti con un approccio strategico. La presenza online non solo non basta ma spesso può trasformarsi in un vero e proprio boomerang. Gli utenti-clienti si accorgono subito se un sito è statico e non offre servizi e se dunque non è pensato al fine di migliorare il servizio stesso». D’Amario evidenzia che il 50% delle aziende oggetto della ricerca dichiara di non ritenere il web utile al proprio business. «È una sciocchezza. Basti pensare che se un’azienda non è online Google Maps non la rileva nelle ricerche. Dunque persino nella semplice richiesta di un indirizzo il potenziale cliente non è in grado di ottenere le informazioni. Non si può più prescindere dall’approdo online anche semplicemente per essere raggiungibili». Il docente dell’ateneo abruzzese punta inoltre il dito contro la marea di «incompetenti digitali» che «non fanno bene al Paese e contribuiscono a confondere le aziende e addirittura a creare un clima di sfiducia».

Additional Info
  • Autore: Fabrizio de Feo
  • Pubblicato su: Il Giornale
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  • Pubblicato in data: 30 Giugno 2018